Quale è la principale causa delle emissioni di gas serra:l’allevamento intensivo bovino o il traffico veicolare?

Molti di noi saremmo subito portati a pensare a quest’ultimo. In realtà non è così.

Potremmo storcere il naso, ma secondo un nuovo rapporto pubblicato dalla FAO, il settore zootecnico produce più emissioni di gas serra – il 18% misurato in biossido di carbonio (CO2) – che i trasporti. Non solo, ma esso è anche una delle cause principali di degrado del suolo e delle risorse idriche.

 

Il settore zootecnico produce gas serra 296 volte più dannosi del CO2.

Un americano ogni anno consuma 122 kg di carne, un italiano 87 kg, un cinese 50 kg, un indiano 4 kg. Bisognerebbe ridistribuirla meglio, ma se il modello è la nostra ingordigia si può rischiare di arrivare alla rovina del pianeta.

 

Un hamburger di 150 grammi prima di arrivare sulle nostre tavole ha consumato 2500 litri d’acqua, tutta quella che serve per irrigare il terreno, che cresce il mais o il foraggio, che serve ad alimentare l’animale.

L’allevamento intensivo è responsabile dell’immissione in ambiente di:

sostanze inquinanti dell’aria

CO2 e metano (CH4), quest’ultimo derivante dai processi digestivi degli animali, che contribuiscono all’effetto serra e alla distruzione dell’ozono.

Composti “acidificanti” dell’aria: originati in stalla durante le operazioni di stoccaggio, trattamento e distribuzione delle deiezioni, questi si liberano nell’aria e ricadono sotto forma di “piogge acide”. (Gli allevamenti zootecnici sono responsabili di circa metà delle emissioni “acidificanti” dell’aria)
Disturbo da odori: problema importante in realtà come quella italiana in cui l’elevata densità di popolazione determina una vicinanza tra insediamenti abitativi e zootecnici
sostanze inquinanti dell’acqua

per veicolazione dei liquami in acqua con conseguente diminuzione delle forme di vita aerobiche, o indiretto, per percolazione da terreni in cui sono stati distribuiti i liquami.

In particolare, l’azoto contenuto nelle feci e nelle urine in seguito a perdite, per ruscellamento e lisciviazione, contribuisce all’inquinamento delle acque di falda e superficiali.

Ciò si ripercuote sulla qualità dell’acqua nelle aree palustri e litoranee inficiandone la produzione ittica e riducendone le potenzialità come risorsa turistica.

La carne è poca cosa rispetto ad un sistema di produrre e consumare che sfugge ad ogni logica minima di tutela della salute del pianeta.

 

Si produce molta più carne di quella richiesta dal mercato, soprattutto in Occidente, nonostante il consumo giornaliero è più che triplicato negli ultimi venticinque anni.

Interi scaffali di carne, confezionata e riposta negli armadi frigorifero dei supermercati, ogni giorno viene gettata perché invenduta. Tutto ciò ad alimentare un capitalismo che non è l’economia dei consumi, ma dello spreco e del caos.